SPORT E BAMBINI: LE REGOLE DEL GIOCO PER ALLENATORI E GENITORI

Mar 25/10/2016

 

A fine luglio 2016 una mamma denunciava alla Gazzetta di Parma quanto accaduto a suo figlio: il bambino, di dieci anni, aveva ricevuto una lettera di poche righe con la quale lo Juventus Club gli comunicava la sua esclusione dalla formazione Pulcini. Estromesso perchè non corrisponde ai parametri tecnici richiesti.  Ne nasce un caso che coinvolge la Figc e la dirigenza del club.
Sempre a Parma, il 12 ottobre tre ragazzine, tra i  dodici e tredici anni, giocatrici del volley giovanile e tesserate per la Coop Consumatori Nord Est, sono state convocate a Roma dal Tribunale federale: la loro colpa è stata quella di avere partecipato ad un festa organizzata da una società rivale, l'Energy volley.
Ad altre giovanissime giocatrici di pallavolo viene di fatto impedito il passaggio da una società all'altra nel momento in cui, la società che si vede 'sottrarre' la giocatrice, chiede il pagamento di una somma di denaro elevata alla società avversaria a titolo di risarcimento. 

Casi che hanno un comune denominatore: le società sportive sembrano avere perso di vista il loro ruolo formativo ed educativo nei confronti dei bambini che sempre di più vengono trattati come numeri sui quali può convenire, o meno, investire. L'ottica di mercato sembra avere rotto gli argini investendo il campo dove dovrebbe germogliare la passione per lo sport dei più giovani. Adulti che dovrebbero essere educatori ragionano e agiscono come impresari: entrambi gli occhi sono puntati sull'utile e non su ciò che è giusto in un'ottica di formazione e crescita.

Family magazine ha intervistato Silvia Panella e Stefania Caltieri, psicologhe responsabili della formazione dei genitori entro il progetto Cittadinanza digitale, per fare luce su come dovrebbe essere vissuto lo sport dai bambini ma soprattutto dai loro educatori, genitori ed allenatori.

Quale dovrebbe essere il ruolo dello sport nella vita di un bambino?

"Lo sport ha una funione educativa molto importante, soprattutto oggi che i genitori sono impegnati sul lavoro per gran parte della giornata: le società sportive diventano una seconda agenzia educativa assieme alla scuola. Lo spazio dedicato all'attività sportiva è percepito come un ambito protretto con figure adulte che diventano necessarimennte figure di riferimento."

Uno spazio protetto dove muoversi e stare insieme ai propri coetanei...

"Sì. lo sport è importante a livello fisico e sarebbe consigliabile che un bambino provasse varie attività in modo da sviluppare le diverse parti del corpo. Inoltre svolge un ruolo essenziale sul piano della competenza relazionale: facendo sport di squadra o individuale, si potenziano aspetti di sè differenti. In un gioco di squadra imparo a stare alle regole del gruppo e alleno le mie emozioni sperimentandole sul campo: è importante saper accettare il momento della sconfitta come quello della vittoria e le emozioni connesse con queste esperienze, la delusione e la gioia condivisa. Imparo a accettare il fatto che ci possa essere un mio compagno di squadra più forte. Nella pratica sportiva individale mi confronto con i miei limiti e le mie potenzialità, imparo a conoscere la mia soglia della fatica: la sfida in questo caso è soprattutto con me stesso."

Ma se un bambino teme di essere allontanato dal gruppo-squadra perchè non è un 'campione in erba', il rischio non è quello di non riuscire a vivere serenamente le emozioni legate al fare sport?

Sì, certo, il bambino dai 10 anni in poi ha un estremo bisogno di relazioni e di confronto con i pari, ma se vive questo confronto con la paura il rischio è che, come ci raccontano spesso i genitori, un bambino non voglia più praticare sport perche si percepisce come non capace. Etichettare un bambino come 'imbranato' o scarso può impedirgli di esprimersi al meglio: la paura di sbagliare è di per sè un limite. Tutto questo ha delle ricadute anche sull'autostima dei giovanissimi.
Nel gruppo si impara a mediare, competenza che per bambini e adolescenti deve essere acquisita grazie all'aiuto di genitori, insegnanti e allenatori, ma in squadre orientate solo al risultato questo processo educativo viene negato, passa decisamente in secondo piano. Quello che conta non è conoscere se stessi, punti di forza e limiti compresi, ma non fallire o fallire il meno possibile: si innescano così forti insicurezze e una percezione scorretta dell'errore che, di per sè, avrebbe invece un grande valore."

I dirigenti che non hanno confermato il piccolo calciatore hanno risposto che nulla vieta al bambino di iscriversi altrove...

"In questa risposta non si tiene conto di un elemento che è invece fondamentale in fase di crescita: il senso di appartenenza al gruppo, alla squadra. Quando entri a far parte di una squadra questo passaggio viene simbolicamente sancito da una divisa e dalla borsa della squadra di appartenenza: essere esclusi da questo gruppo produce degli effetti sensibili sul piano emotivo. Quello che ad un adulto può sembrare un semplice passaggio ad un gruppo differente, appare come esperienza di esclusione nel vissuto emotivo del giovane sportivo."

Un suggerimento per le società sportive che formano i giovani atleti?

"Le società sportive che si occupano di allenare e formare bambini non dovrebbero escludere nessuno: fare selezione in una squadra di bambini di 10-11 anni è un assurdità sul piano educativo perchè nega la natura in evoluzione e le potenzialità del bambino stesso e perchè parte da un presupposto purmente valutativo e utilitaristico e non educativo.
Le associazioni sportive che si occupano dei bambini, per loro vocazione, dovrebbero essere luoghi di educazione allo sport, che è un diritto basilare dei bambini, luoghi dove la competizione a livello agonistico non svolge un ruolo da protagonista e dove tutti dovrebbero trovare la possibilità di esprimersi."

 

 

 

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