BRUNO TOGNOLINI: UN'INVENZIONE SFRENATA TRA STRADA, GIOCO E POESIA

Mer 17/02/2016

 

Come da piccolo ha costruito i suoi giochi con spaghi e legnetti, così da grande ha costruito migliaia di filastrocche, per giocare e per pensare: Bruno Tognolini, ospite a Parma della Biblioteca di Alice, 'ha cominciato a scrivere quando ha capito, da lettore, che le storie erano come quei giocattoli: poteva costruirsele da sé. Ha scritto libri, quarantadue, finora, testi per l’Albero Azzurro e la Melevisione, per il teatro, per canzoni, per persone che gli chiedevano Rime d'Occasione. Ha vinto anche due Premi Andersen e ne è contento: però è ancora lì chino sui suoi legnetti e spaghi di parole, perché la storia e la poesia più bella, ne è convinto, la deve ancora costruire.'
Per Family magazine, una conversazione, come una una camminata, sulle tracce che conducono verso una sconfinata capacità di invenzione. 

 

Mi racconti che letture hai amato da bambino?
Io sono stato bambino più di cinquant'anni fa e gli autori e i libri di allora erano quelli: Incompreso, Il libro della giungla, Il richiamo della foresta, Michele Strogoff, Salgari. Finiti quelli, che mi avevano entusiasmato, c'era stata la scoperta, che ricordo con incanto, della Biblioteca popolare di Cagliari dove mi portava mia madre e lì c'era uno scaffale di libri che si estendeva all'infinito.

 

Ricordi un momento nella tua infanzia in cui hai sentito di voler diventare scrittore?
Non sapevo di voler diventare scrittore ma sentivo di voler fare qualcosa di bello: ho trovato conforto e conferma nella fiaba, che è una prefigurazione di tutti i destini dell'uomo. La fiaba dice 'sentendo che era arrivato il momento di partire in cerca di fortuna': non dice 'partire per diventare un cavaliere, un fante, un cacciatore, un principe, un mago' ma dice solo 'in cerca di fortuna' e questo esprime in qualche modo ciò che sentivo da bambino: sapevo di voler fare qualcosa di bello. In un certo periodo volevo diventare scopritore di terre sconosciute perché avevo letto la storia del capitano Livingstone, esploratore, che mi aveva entusiasmato. E quindi la vocazione per la scrittura non è stata precoce. Ma l'amore per le parole e il ritmo invece sì: quello mi accompagna da quando ero bambino.

 

Mi dicevi che tutti i giorni fai una lunga passeggiata: c'è una relazione tra il camminare e lo scrivere, passeggiare guardando le cose e comporre i tuoi versi?
Si c'è una relazione, che non è diretta, tra guardare il mondo e scrivere: è un relazione sotterranea e carsica, tanto profonda che non si vede. Non è consigliabile andare a indagarla ma sicuramente c'è.
Di solito quando vado a camminare non scrivo se non quando ho l'urgenza di un compito: prima annotavo i versi su un quadernetto mentre adesso li registro con l'I-phone. Ricordo che il mio professore di drammaturgia, Giuliano Scabia, nei suoi versi parla di 'poeti camminanti'. C'è anche una affascinante suggestione letteraria: i versi in greco antico sono formati da elementi metrici chiamati 'piedi' a segnare con una parola questo nodo tra il camminare e lo scrivere poesia.

 

Robert Walser, ne La passeggiata, scrive che 'per i bambini poveri la strada d'estate è come la stanza dei giochi.' La campagna, la natura e la strada che ruolo hanno giocato nella tua infanzia?
Io sono cresciuto giocando nelle strade e alternando la lettura in casa con i giochi nelle strade e su questo ne avevo fatto addirittura una teoresi del puer faber che si lega in qualche modo al giocare e allo scrivere. Quando mi chiedono come ho imparato a scrivere io racconto che c'erano due cose che mi piacevano, quando ero piccolo: una era leggere e un'altra era giocare a costruire cose con le mani. Insieme al mio amico Gavino giocavamo per strada e avevamo uno sguardo a radar che ricercava materiali. Se avevamo un progetto in testa, ad esempio costruire una nave, gettavamo lo sguardo intorno alla ricerca di materiale utile. A Cagliari allora la nettezza urbana non lavorava come oggi per cui c'era l'occasione di trovare cassette per la frutta da cui ricavare stecche di legno, pezzi di fil di ferro, tappi di sughero, vetri – i chiodi occorreva comprarli- spaghi. Secondo quello che si trovava il progetto poteva cambiare, prendere una forma differente. Questo, nel bambino, genera una sorta di fiducia ottimistica nell'ambiente e in se stesso che può trasformare quell'ambiente costruendo ciò che gli serve. Questa fiducia nella possibilità di trovare, trasformare, costruire vale anche per le narrazioni: da bambino pensavo: “ma questa storie non capitano mai nella vita: peccato! Ma dato che i giocattoli me li posso costruire, forse per le storie è la stessa cosa: è sufficiente che io mi guardi in giro e raccolga quello che mi serve”.

 

Oggi i bambini hanno poche occasioni di giocare liberamente fuori casa. Spesso passano il tempo libero in casa con giochi virtuali: c'è una perdita rispetto al passato?Questo è un altro elemento di riflessione: quello del pessimismo verso i giovani, che è millenario. Secondo me non è vero che i media digitali ottundono la creatività infantile. E' solo che le forme di intelligenza che stanno sviluppando i bambini sono così diverse da quelle che abbiamo noi, da essere ai nostri occhi opache, invisibili, e quindi i bambini  ci sembrano stupidi, poco creativi, poco autonomi: ma in realtà stanno sviluppando forme di intelligenza che sono a noi ignote. C'è una poesia di Montale, non molto conosciuta, intitolata Un mese tra i bambini. Te la cerco: incomincia dicendo: I bambini giocano /nuovissimi giuochi, /noiose astruse propaggini /del giuco dell'Oca.
Ed è quello che sembrava a lui perché lui, Montale, ha come riferimento uno sguardo rivolto indietro, verso la sua esperienza, al gioco dell'oca rispetto al quale questi giochi, che lui pur riconosce come nuovissimi, sembrano astruse e noiose propaggini. Solo che è semplicemente sbagliato: sono altre cose. I versi che amo di più di questa poesia sono: I bambini non hanno/ amor di Dio e opinioni. /Se scoprono la finocchiona /sputano pappe e emulsioni. 
E questa è una sacrosanta verità:sono i genitori che sono chiamati a non rimpinzare i bambini di finocchiona. C'è un principio di equilibrio nella alimentazione: sia culturale che alimentare. Se li nutriamo con Peppa pig è probabile che poi sputino una pappa migliore.

 

Che letture consigli per fare in modo che i bambini  non perdano la loro capacità poetica di guardare al mondo?
Secondo me è compito nostro, crudele, allontanarli. E poi semmai bisogna riavvicinarli. Io non credo all'originale, primigenia creatività infantile, all'idea che i bambini fossero poeti e noi li abbiamo rovinati: non li abbiamo rovinati, li abbiamo salvati. Penso che, se un bambino è circonfuso da un linguaggio sacro ed enigmatico, che è poetico, è vero, è ricchissimo all'inizio, fatto di parole staminali che non vogliono dire esattamente una cosa ma tantissime cose come nella poesia, il nostro compito è dirgli: se tu vuoi l'acqua devi dirlo bene altrimenti non avrai l'acqua. Quindi, per necessità vitali, noi siamo costretti ad un compito crudele che è ridurre sempre di più questa aura sacra del linguaggio finché la parola non cristallizza in quella forma che vuol dire solo una cosa determinata. Ciò fatto, che è quello che alcuni, mistificando, intendono come una violenza verso i bambini, mentre è quello che ci chiedono i bambini stessi, in quanto necessario alla vita, occorre risarcirli di quello che gli abbiamo portato via. Anche noi siamo stati depredati della poesia, ma non del tutto: rimane un lumicino, in fondo, che ci permette di riconoscere parole staminali, originarie, aurorali quando le vediamo. E quindi la soluzione, secondo me, è fornire loro poesia vera, letteratura per l'infanzia: quando gliela si fornirà, la riconosceranno, perché sentiranno degli echi rispetto a queste parole staminali che gli sono state sottratte.
LdI

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