ALESSANDRO D'AVENIA: CONSIGLI AD UN RAGAZZO CHE VUOLE DIVENTARE SCRITTORE

Gio 09/02/2017

L'occasione per incontrare Alessandro D'Avenia (scrittore,  insegnante di Lettere in un liceo, sceneggiatore) è nata da un percorso di alternanza scuola-lavoro attivato, prima ancora che diventasse obbligatorio per i licei, dal  pionieristico liceo classico "G. Romani" di Casalmaggiore. Mentre quasi tutti i miei alunni si erano attivati per trovare  la loro sede di tirocinio presso studi di avvocati, biblioteche, case editrici o musei, un mio studente di prima liceo classico, appassionato lettore, mi confida, con toni da carbonaro, che vorrebbe, da grande, diventare insegnante e scrittore: “per questo, prof., mi piacerebbe poter svolgere almeno una parte del mio percorso di alternanza scuola-lavoro affiancando Alessandro D'Avenia, osservando come agisce 'sul campo': In lui vedo quello che vorrei diventare.”  E dato che a questo dovrebbe servire un'alternanza scuola-lavoro come si deve, a fare intravedere un percorso possibile e a metterlo alla prova, ci siamo messi sulle tracce del Prof. D'Avenia e dopo una mattinata al telefono, setacciando i licei milanesi, lo abbiamo trovato. Un mese dopo siamo partiti per Milano, per trascorrere una mattinata in compagnia dello scrittore, intervistandolo e seguendo le sue lezioni.

D'Avenia ci accoglie con una cortesia ed una divertita curiosità dello sguardo che dichiarano, prima ancora dell'accento, le sue origini siciliane. Nel cuore di Milano, nella sala del palazzo barocco in cui ci incontriamo, il tempo sembra prendere un passo diverso rispetto a quello che scorre per la strada e distendersi: “abbiamo tutto il tempo che ci serve per l'intervista, poi mi potete seguire in classe: faremo una lezione sui viaggi di Ulisse”.

In che modo scrittura e insegnamento, entrambe basate sulla parola e la relazione, si legano tra loro nella tua esperienza?

 

Quando avevo 15 anni ho deciso di voler diventare  insegnante. Sono tre i fatti che mi hanno portato a questa scelta. Il mio professore di Lettere, che era entusiasmante: quando spiegava gli si illuminavano gli occhi. Aveva la capacità di portare in classe i suoi amori e non i suoi umori. Quando ero alla fine del terzo anno, mi prestò il suo libro di poesie preferito dicendomi che avrei dovuto restituirglielo dopo due settimane. Il fatto che lui avesse prestato a me soltanto quel libro, perché aveva intravisto una caratteristica che poteva fare di me un insegnante, ha rivelato a me stesso quello che volevo diventare. Quel libro  per me è stato come il passaggio del testimone in una staffetta: in quel gesto c'era la parola e la relazione a cui accennavi, la parola, preziosa, della poesia, era incastonata dentro ad una relazione. Era come se il mio insegnante avesse voluto dirmi: “Alessandro, vedo in te una possibilità ma voglio anche metterla alla prova.”

La seconda esperienza è legata a un altro professore che era docente di religione nella mia scuola, Don Pino Puglisi. Per me iniziava il quarto anno, la seconda liceo, ma per padre Puglisi non iniziava nulla: lo avevano ucciso nel quartiere Brancaccio. Se il mio insegnante di Lettere mi ha fatto capire che cosa volevo essere, padre Puglisi mi ha fatto vedere il come: ho sentito che le cose che dici in classe le devi vivere nella vita di tutti i giorni, se no restano parole e chiacchiere.

La terza esperienza è più leggera, legata ad un film, L'attimo fuggente: fin da bambino la mia passione è stata quella di raccontare storie e guardando questo film ho avuto la certezza che, per me, il modo più bello per raccontare storie sarebbe stato insegnare.

Poi la scrittura è venuta come conseguenza: mi sono chiesto perché dovessi fare solo il postino che consegna storie di altri e non potessi scrivere, io stesso, il contenuto della mia lettera. A scuola ogni alunno è un romanzo: le cose che scrivo nascono spesso da fatti vissuti e respirati in classe. Verso i 28 anni ho iniziato questa avventura: mi sono trasferito da Roma a Milano e ho frequentato un corso di sceneggiatura perché volevo imparare gli aspetti tecnici che stanno sotto a un racconto. Ho preso un anno di pausa dall'insegnamento e, mentre seguivo il corso, ho iniziato a scrivere Bianca come il latte. Poi ho preso una supplenza in un liceo, e quando il libro era ancora solo un pacco di fogli stampati i miei alunni di IV ginnasio sono stati i primi a leggerlo e a darmi i loro suggerimenti.

 

In Ciò che inferno non è la figura di padre Puglisi gioca un ruolo importante: il senso della sua resistenza stava anche nel coraggio di guardare a testa alta chi gli stava di fronte se “l'inizio dell'inferno è abbassare lo sguardo, voltare lo sguardo dall'altra parte.” Che ricordo hai di Don Pino Puglisi?

 

Io frequentavo il Vittorio Emanuele II, liceo classico di Palermo, accanto alla Cattedrale. Fin dal '78 ci insegnava padre Puglisi che ho conosciuto per qualche supplenza. Ricordo che stava molto in corridoio, lì dove la vita degli studenti pulsa, senza rifugiarsi in sala professori.

Di lui colpiva il sorriso, un sorriso che sembrava dire a ogni ragazzo: la tua vita è fatta essere ampliata. Il contrario di una professoressa che il primo giorno di scuola ha detto: siete trenta, siete troppi, vi diminuiremo.

Anche ai suoi assassini Pino Puglisi ha sorriso, un sorriso che loro non avevano mai incontrato, e che non hanno potuto dimenticare: sono poi diventati entrambi collaboratori di giustizia. In qualche modo ha cambiato anche la loro vita.

 

Che tipo di disciplina occorre per far della scrittura un lavoro? Che cosa consigli a un ragazzo che desidera scrivere?

 

Ricevo tantissime lettere di ragazzi e ragazze che desiderano scrivere. Mi ricordo che durante il corso di scrittura, una delle insegnanti, che era una sceneggiatrice americana, ci disse: non pensate di potervi dire sceneggiatori se non avete scritto almeno 300 pagine. Disciplina e ispirazione devono lavorare assieme. E l'ispirazione, come ha scritto Baudelaire, è sorella minore del lavoro quotidiano.

Un libro che per me è stato fondamentale, da ragazzo, è Lettere a un giovane poeta di Rilke: è una lettura che consiglio ad ogni ragazza o ragazzo che desideri scrivere.

Per scrivere bisogna leggere. E' necessario scovare all'interno dei grandi classici quale è il tuo modo di sentire il mondo e rubare ai maestri le loro scoperte. Non ci sono scoperte solo in ambio scientifico. Shakespeare ha allargato le possibilità di immaginare il mondo con le sue invenzioni, altre scoperte le ha prodotte Omero, altre Dostoevskij e così tutti i grandi scrittori.

Scrivere ha una componente artigianale: è necessario andare a bottega dai grandi maestri. Poi provare a copiarne una pagina e a continuarla da soli: è un mettersi sulle spalle dei giganti per poi tentare di camminare sulle proprie gambe. Poi bisogna trovare qualcuno che ti legga e ti dia dei consigli. Io prima di decidere di trasferirmi a Milano avevo fatto leggere le mie cose a una scrittrice. Lei mi ha detto: hai talento ma non hai la tecnica. Mi ha suggerito un master di scrittura a Milano. Bisogna andare a bottega come si faceva nel Rinascimento. Quando Caravaggio, a dodici anni, dice di voler fare il pittore, sua madre lo manda dal migliore artista della zona e così Michelengelo Merisi diventa Caravaggio. Lo stesso Van Gogh faceva il mercante d'arte e guardando i quadri di Millet desiderò dipingere. Passava il tempo a guardarli e con un album da autodidatti iniziò a ricopiarli, con mano incerta. Ad un certo punto capisce che l'unica cosa che vuole fare è dipingere, strappare alla natura il suo segreto. Ha venduto dieci quadri nella sua vita: nessuno gli riconosceva la sua grandezza. Ma in una lettera si dice sicuro che un giorno quella verità che lui trovava nella natura sarebbe diventata visibile per tutti. Era libero dal successo e dall'applauso: sapeva di stare facendo ciò per cui era fatto.

 

Nella tua scrittura si sente una forte vicinanza con la poesia: ci racconti la tua relazione con questa forma di espressione?

 

Io ho bisogno di scrivere più poesia che prosa. Durante la scrittura di Ciò che inferno non è leggevo solo poesia, la forma d'arte che più fortemente riesce a dare uno scrollone alla lingua. Già dal titolo si dichiara il mio amore per la parola poetica: avrei potuto intitolare questo romanzo "Paradiso", ma ho scelto di usare una figura retorica come la litote che esprime un'idea negandone il contrario: un'immagine più suggestiva presa in prestito dalla cassetta degli attrezzi del poeta. La frequentazione della poesia è una necessità mentre scrivo: la parola poetica ci mostra che la realtà è sempre di più di quello che noi pensiamo. 

 

Leggendo i tuoi romanzi si incontrano immagini che richiamano la poesia di Montale e i suoi oggetti, così come i paesaggi di Caproni.

 

Sì, è proprio così: il mondo degli oggetti, degli Ossi di seppia, e anche degli oggetti della Bufera, in cui le cose, anche le più prosaiche, sono sempre segno di un oltre che è sacro, è un bagaglio che porto con me mentre scrivo. Così come l'intuizione montaliana di saper cogliere il miracolo dentro a un ordito di necessità, trovare il varco superando 'gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede'.

Caproni è un altro poeta che amo molto, il Caproni di Litania, che con scansione ternaria canta Genova: quando nel romanzo uso tre parole affiancate sto pensando a lui. E poi Genova è la mia città di adozione qui al nord: il posto più vicino a Milano per ritrovare le mie radici mediterranee.

 

Suona la campanella, richiamandoci a quel tempo dai ritmi scanditi che regola ogni mattinata scolastica. Lo seguiamo in classe e, con i suoi studenti, in un viaggio lungo le rotte mediterranee tracciate da Ulisse, tra Lestrigoni, Ciclopi e sirene.

L. d. I. 

 
 
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